Vinicio Capossela www.viniciocapossela.it


Personaggio senza dubbio sui generis nel panorama musicale italiano, Vinicio Capossela (Hannover, Germania, 1965) può vantare un percorso artistico unico, a partire dall’esordio con l’album ALL’UNA E TRENTACINQUE CIRCA, avvenuto nel 1990. Nonostante fosse allora quasi sconosciuto, Capossela colpì da subito l’immaginario degli addetti ai lavori di una prestigiosa rassegna musicale dedicata alla canzone d’autore, il Club Tenco, che quell’anno lo premiarono con la Targa Tenco per la migliore opera prima. Da allora si sono susseguiti nel corso degli anni una serie di album (MODI’, del ’91; CAMERA A SUD, del ’94; IL BALLO DI SAN VITO, ‘96; LIVEINVOLVO, ’98; CANZONI A MANOVELLA, 2000 – anche questo insignito della Targa Tenco come miglior album dell’anno; OVUNQUE PROTEGGI, 2006) che non hanno fatto altro che ampliare il suo seguito di pubblico e il suo credito presso gli addetti ai lavori.

Nato in Germania ma tornato quasi subito a vivere in Italia, vicino Reggio Emilia, Vinicio Capossela cresce con un immaginario musicale molto lontano da quello rappresentato dalla canzone d’autore: sin dalle sue prime composizioni, il mondo messo al centro della scena attinge da un lato alla cultura underground americana e al suo mito principale: la strada (tre nomi su tutti: Jack Kerouac, Charles Bukowski, Tom Waits), dall’altro recupera quell’esotismo italiano incarnato oltreoceano da miti come Luis Prima, o in Italia da Renato Carosone. C’è nel primo Capossela una vera e propria passione per l’italoamericanità, per l’intrattenimento così come immortalati nei film di Martin Scorsese o in capolavori come “Big night” e “Broadway Denny Rose”, e un tenero riferirsi all’italianità da esportazione che aveva reso artisti come Celentano e Adamo assai popolari presso le comunità italiane all’estero.

Se questo è il mondo che può rintracciarsi nei suoi primi lavori, già dal terzo album Capossela si distacca da quel percorso per imboccarne uno proprio, fatto di “coliche” di immaginazione, deragliamenti geografici, immagini che diventano – album dopo album - visioni sempre più potenti, in un parallelo viaggio a ritroso verso le proprie radici che coincidono con quelle, profonde, della tradizione popolare italiana. L’album IL BALLO DI SAN VITO rappresenta, di questo nuovo percorso, il punto di arrivo e al tempo stesso di partenza, mentre la tardiva frequentazione con Matteo Salvatore, che Capossela stesso considera suo maestro nell’ultima parte della sua vita, lo porta a spingersi ancora di più in quel mondo di radice rurale e contadina infestato di diavoli e spettri, che lo affascina e lo ossessiona. Allo stesso modo Capossela si avvicina anche all’opera di Pier Paolo Pasolini, al suo cinema rivoluzionario e alla sua difesa, appassionata quanto disperata, dell’Italia preindustriale e dei suoi valori.

La potenza di Capossela sta nel suo andare oltre il mondo della canzone, evocando per immagini mondi in cui abitare a mezzo delle canzoni, mondi infestati di diavoli, grazia, ombre, perduti, perdenti. Mondi che partono dall’elemento su cui l’artista da sempre lavora, l’uso della lingua; l’elemento testuale è in Capossela predominante, e la musica è messa totalmente, e senza alcun limite formale, al servizio del mondo musicale immaginato. Una musica profondamente radicata nella lingua, quindi, ma molto aperta verso il resto del mondo, al punto da trovare spazio al suo interno per incorporare di volta in volta tango, morna, rebetico, unendo musicisti e ambiti di vario tipo.

Le collaborazioni intrattenute da Capossela nel corso degli anni spiegano meglio di ogni cosa il suo percorso artistico; dai primi reading dedicati allo scrittore italoamericano John Fante in compagnia di Vincenzo Costantino “Cinaski” al tour effettuato con la KOCANI ORKESTAR di Neat Veliov, la fanfara di ottoni macedone resa celebre dal film di Kusturica “Il tempo dei gitani”; dal tributo al celebrato cantautore russo Vladimir Vitsovsky contenuto nell’album “Il volo di Volodja”,  alla costante collaborazione con il chitarrista newyorkese Marc Ribot a quella con il violoncellista classico Mario Brunello e la sua Orchestra d’Archi Italiana; dalle registrazioni di alcune “Rime” di Michelangelo, musicate da Philippe Eidel nel suo album “Renaissance” al lavoro svolto con Pascal Comelade e i suoi strumenti giocattolo in occasione dell’album CANZONI A MANOVELLA, quasi un trattato di Vecchia Europa; dai “Concerti per le Feste” - pretesto per puntuali incursioni live nel periodo natalizio - a quelli dedicati alle morne, ai tanghi e al rebetico nello spettacolo intitolato “Parole d’altrove”; dai primi lavori per la radio come “I cerini di Santo Nicola” e l’adattamento del “Canto di Natale” di Charles Dickens fino al suo primo romanzo, “Non si muore tutte le mattine”, pubblicato nel 2004 e subito accolto con grande interesse (proprio dalla materia racchiusa nel libro Capossela ha estratto materiale per un nuovo lavoro radiofonico, le “RadioCapitolazioni”, e per uno spettacolo teatrale, “Voci, echi e visioni da Non si muore tutte le mattine”). 

Il suo più recente album, OVUNQUE PROTEGGI, accolto a sorpresa da un primo posto in classifica – testimonianza della grande attesa che in Italia gravita ormai intorno a questo artista – e capace di superare le settantamila copie vendute nei primi due mesi dall’uscita, è un disco di pezzi solenni che parlano “dell’uomo, della terra, nell’attualità degli ottomila anni che l’abitiamo”. Qui Capossela va oltre il già detto, oltre il già fatto, e mette al centro della scena parole che evocano visioni, costruite su archetipi narrativi scolpiti nella pietra dura del tempo: “C’è un momento in cui il romanzo, l’argomento o il semplice spunto contemporaneo non bastano… bisogna attingere direttamente, abbeverarsi alla fonte. Da una parte ci sono le epoche, il barocco, il neoclassico, il moderno…e poi c’è la pietra”.

OVUNQUE PROTEGGI è un album pieno di riferimenti storici, biblici, mitologici, ognuno dei quali si ricongiunge e ritrova la sua profonda attualità nell’oggi, è una galleria di personaggi che l’autore definisce “disgraziati di ogni epoca”, incagliati tra la parte di sotto della loro condizione umana e l’anelito a guardare verso l’alto, là dove sola si trova la grazia divina. E’ un disco geografico, di quella geografia che per Capossela si è man mano fatta a strati, come per sedimentazioni archeologiche, facendo acquistare al viaggio, oltre alla dimensione della geografia, quella della profondità. Ma è un disco geografico anche perché, molto pasolinianamente, contiene una sua geografia dei luoghi e delle persone, degli importanti incontri fatti per arrivare alla fine di questo lavoro: la prima pietra dell’album si è posata a Roma, di fronte al Colosseo, proprio nella registrazione del brano “Al Colosseo”, ed è stato come un incipit per sei mesi di lavoro che hanno visto Capossela scrivere e fissare la forma dei brani nella registrazione laddove erano i brani stessi a condurlo, spesso avvalendosi : ora in una grotta preistorica in Sardegna (Ispinigoli), ora in una Chiesa siciliana (Scicli) o lombarda (Milano), ora in un teatro (Treviso), ora affinando le parole delle composizioni in un ex-monastero (Montebello) o nella incandescente e umida “bassa” emiliana (Rubiera).  

Istrionico, ammaliatore, circense, Vinicio Capossela è anche uno straordinario e creativo performer dal vivo: ne è una riprova il suo più recente tour, partito lo scorso febbraio e inaugurato con una importante serie di sold out. Lo spettacolo, la cui regia e produzione artistica è dello stesso Capossela, mette letteralmente in scena le canzoni del nuovo album OVUNQUE PROTEGGI calandole nella suggestiva ambientazione offerta dal lavoro sul palco di un vero teatro d’ombre. Tra ombre, suoni e visioni scorre così tutta la prima parte dello spettacolo che, dopo un breve intermezzo, prosegue con brani tratti dagli album precedenti, scelti e suonati a seconda del luogo, dell’ispirazione e degli ospiti che di volta in volta lo raggiungono sul palco. Alle quaranta date previste per il tour invernale/primaverile, farà seguito nel corso dell’estate 2006 un altro tour, ambientato in teatri di pietra, in sintonia con la musica e le parole presentate nell’album OVUNQUE PROTEGGI.